Al mio miglior amico

Non mi ha mai chiesto niente se non di passare del tempo con lui, voleva giocare o esser portato fuori, ed era felice di questo. Gli andavo bene come ero, e mi faceva sempre le feste quando tornavo a casa, anche quando ero mancato tanto tempo, anche se l’ultima volta lo avevo sgridato. Sempre.
Quando lo abbiamo adottato era piccolissimo, stava sul palmo della mano. Quando era ancora cucciolo ed era irrequieto lo prendevo in braccio, con la sua schiena contro il mio petto così che potesse vedere dove andavamo mentre passeggiavo per casa, e si calmava. A volte gli cantavo un motivetto nelle orecchie, e lo sapeva che non mi facevo problemi a farmi leccare il viso quindi lo faceva appena mi avvicinavo, gli piaceva. E’ stupido, ma più di tutto mi mancheranno quelle leccate calde sulla faccia e sulle mani. Quando facevamo dei suoni strani aveva questo modo buffo di inclinare la testa per ascoltare meglio.

Foto di Lucky da cucciolo

Aveva 1 anno circa in questa foto

C’era un periodo che lo facevo giocare così tanto che appena mi vedeva andava a cercare un giocattolo. Quando lo portavo in quello spazio abbandonato vicino casa mi portavo la musica e cantavo. Non si è mai lamentato, nonostante stonassi di continuo. E quando sono tornato dall’America e ho vissuto a casa per un anno gli facevo fare delle passeggiate lunghissime. Stavamo fuori a volte anche mezz’ora, guardavo il tramonto mentre lui correva, facevamo delle corse insieme. In quel pezzo di campagna lo lasciavo correre libero, arrivavamo fino in fondo, io ascoltavo la musica, lui esplorava. Una volta abbiamo visto una civetta bianca. Era bellissima, spuntò improvvisamente in volo da un albero, un episodio che non ho mai raccontato a nessuno. La bellezza di quel momento l’ho condivisa solamente con il mio cane. Quando era ora di tornare io mi avviavo per il sentiero, e appena lui se ne accorgeva correva da me. Avevo questa abitudine di girarmi, e abbassarmi, lui scodinzolava, accelerava e mi sfrecciava accanto mentre lo accarezzavo al volo al suo passaggio. Avevamo anche dei segreti noi due. Certe volte quando ero solo in casa lo facevo entrare, lui sapeva che con me lo poteva fare.

Lucky e il gelato.jpg

A volte tornavo a casa la sera tardi, capitava che ero giù di morale, e stavo con lui a coccolarlo un po’. Gli ho insegnato a sedersi a comando, anche se funzionava soltanto quando doveva ottenere qualcosa. Poi gli ho insegnato a dare la zampa, ne andavo fiero. Andava matto per il gelato, e non saprò mai perché odiava tanto il postino. Ricordo che un anno fa pensai che ero contento del nostro rapporto. Avevamo passato tanti momenti insieme, e un cane ha bisogno solo di questo secondo me; non ci sono ultime cose da fare nella lista, niente discorsi finali, non c’è un climax. C’è solo una vita condivisa.

Ero pronto a dire addio, ma non c’ero quando se n’è andato. La mia unica grande paura era che morisse da solo, ma a quanto mi hanno raccontato non è stato così, e questo mi rincuora. Penso che un cane nonavrebbe altro da chiedere dopo una vita di affetto dato e ricevuto che di andarsene accanto al padrone. Non ho pianto quando ho saputo la notizia, non sono stato in lutto. Eppure quando penso ai miei ricordi con lui gli occhi mi lacrimano, e sento che mi mancherà per sempre, come un vero amico.

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Genbu ed io

Sulla spiaggia della mia amata città natale girava un uomo di origine africana. Tra la mercanzia che cercava di vendere notai un ciondolo a forma di tartaruga; da sempre mi aveva affascinato, e finalmente mi decisi a prenderlo. Ho poi scoperto che questo animale è simbolo di lunga vita e saggezza. Per questa via mi sono imbattuto nella figura mitologica cinese Xuànwu, in Giappone conosciuto come GENBU 玄武.

Illustration of Genbu made by David Richard - http://www.davidrichardgallery.com

Genbu di David Richard – viene spesso rappresentato con un serpente sul dorso
http://vyrilien.deviantart.com/art/Genbu-76168404

Influenzato dalla mia paura della morte ho fatto della tartaruga il mio nuovo animale totemico per questa fase della mia vita. Ci sono delle somiglianze e delle differenze con Genbu. Una tartaruga nera, un colore che identifica la mia famiglia. E’ un guardiano del Nord, associato all’Inverno. Io sono nato in pieno Autunno e sono del sud, ma poiché originario di un’isola gli elementi dell’acqua e della terra associati a Genbu mi sono molto affini, sono una tartaruga di mare diciamo.

In Giappone Genbu è descritto sempre in ascolto, saggio ed esperto degli insegnamenti del Buddha, e capace di predire il futuro. La tartaruga è simbolo di lunga vita e felicità; quando ha mille anni, è capace di parlare il linguaggio degli esseri umani (Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Si_Ling)

Genbu è anche simbolo di religiosità, seppur nel mio caso parlerei di spiritualità, sono amante dei vecchi valori. In giapponese il kanji per “tartaruga” significa anche “abuso” il che le ha causato anche l’attribuzione di un’accezione negativa. Un aspetto da esplorare, in quanto sento che una simile dualità è spesso presente nella vita di tutti e nel modo in cui le nostre azioni vengono viste, indipendentemente dalle nostre intenzioni.

Se fossi in un romanzo mi descriverei proprio così. Sono la tartaruga nera del sud. Sono il figlio eretico dell’autunno. Sono un guardiano di una felicità antica. Ascolto gli esseri umani in attesa del mio millesimo anno di età.

Tuttavia nella vita è tutta un’altra storia.